Mi dicono tutti di scrivere la mia vita

«Mi dicono tutti di scrivere la mia vita» con queste parole Alfredo è entrato e si è seduto al tavolo grande del cucinone. Questa volta il memorialista non arriva da lontano. Ha dovuto solamente attraversare la valle, passare dal picco di Bazzano a quello di Sasso. 


Qualcuno in grado di ascoltare e capire

Alfredo sorride ma distoglie lo sguardo e non crede affatto nella possibilità di trovare qualcuno in grado di ascoltare e capire. È diffidente come tutti qui in montagna. Si siede e, come si dice, mette subito le mani avanti: 

«Mi dicono tutti di scrivere la mia vita. Mah non lo so, la mia storia è troppo complicata…»

Mi dicono tutti di scrivere la mia vita, ma come posso raccontare la mia storia? Se dico tutto mi metto nei guai

«La questione è che mia madre era già incinta di me quando si è sposata. E come faccio? Come posso raccontare la mia storia? Se dico tutto mi metto nei guai.» Si toglie il berretto e si gratta la testa. 

Ha ragione. È vero. Nella vita di tutti noi ci sono aspetti delicati, che possono suscitare ilarità o scandalo, rovinarci la reputazione o gettare discredito su altre persone, offenderle e provocare il loro risentimento. Cerco subito di rassicurarlo: 

«Il segreto è come dire le cose. Farle intendere, e guardare ai fatti con la saggezza di una vita lunga come la sua. Non bisogna usare un linguaggio giudicante, a meno che non si voglia scrivere per stabilire torti e ragioni.»

Eravamo poveri e mi sono fatto una posizione

«Certe cose però le voglio dire, dottoressa. Mi dicono tutti di scrivere la mia vita perché devo far capire che eravamo poveri e mi sono fatto una posizione. Ero davvero messo male da bambino, mi voleva bene solo mia madre. Mio padre e mio fratello non tanto. E poi, mi voleva bene il parroco. Mi ha educato lui, sa? Mi ha fatto studiare, mi ha insegnato come si fa con la politica...»

Come è nata la mia fabbrica

«Da che mia madre riusciva a mettermi da parte una braciolina di maiale, a che ho messo su un'attività: lo vuol sapere, dottoressa come è nata la mia fabbrica? Ma no, le racconto prima di quelle bracioline. Avevano un sapore! Non ne ho più mangiate di così buone.» Fa un gesto, si strofina il pollice contro gli altri polpastrelli, vicino alle labbra. Sta ricordando quanto erano saporite. «Le arrostiva solo per me.» Fa un sospiro, «E poi ho messo su una fabbrica di schienalini.» 

Arrivare al successo

 «Gli schienalini mi hanno fatto arrivare al successo.» Non ho idea di cosa siano e mi spiega che i sedili in quegli anni erano in finta pelle e la schiena sudava. Perciò sui camion, utilizzavano un supporto arieggiato per le reni, oltre che a tappetini grigliati per la seduta. Alfredo mise su una squadra di coetanei, aveva vent’anni. Li mise a piegare il fil di ferro e intrecciare cavi di nailon. Fu un successo, tanto che ebbe perfino commesse da aziende del nord e dall’esercito. 

Mi dicono tutti di scrivere la mia vita e sì voglio raccontare le battaglie della mia vita. 

«Ma non tutto è stato facile, voglio raccontare le battaglie della mia vita. Prima quella contro gli agrari per portare l’acqua corrente a Bazzano. Poi quella per avere la corriera che arrivasse fin quassù. E poi quella contro le Forze Armate per avermi fatto prendere la tubercolosi.» Io ascolto, registro. Mentre trascrivo, faccio caso alle pause, al tono di voce e mi appunto di chiedergli di approfondire, di raccontami anche le emozioni e gli stati d’animo. Andiamo avanti così per un paio di mesi e, alla fine, Alfredo ammette: «Non so come farò ora che è finita.» Sì, perchè se ascolti la vita di una persona, ne diventi amico e  lui diventa amico tuo. E se hai fatto bene il tuo lavoro, sebbene io non abbia alcuna competenza in campo psicologico, lui ha fatto pace con i ricordi. 




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